Biblioteca

Quando la classe operaia per andare in paradiso passava dalla biblioteca

Intervista di Rossella Famiglietti per Note Modenesi a Metella Montanari, vicedirettrice dell'Istituto storico di Modena e responsabile di biblioteca e fototeca.

 

Abbiamo incontrato Metella Montanari, responsabile della biblioteca e della fototeca dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Modena, per parlare di biblioteche popolari, di lettura a Modena e di cultura pop. Sì perché a Modena esiste una tradizione di biblioteche che, a partire dai primi anni del Novecento, giunge fino alla attuale biblioteca digitale.

 

«Le biblioteche popolari, in senso storico, si diffondono all’inizio del Novecento e sono parte integrante nella costruzione dell’identità italiana. Hanno l’importante funzione di abbattere l’analfabetismo e di contribuire alla risoluzione della cosiddetta “questione sociale”», spiega la dott.ssa Montanari. Gli abitanti del nuovo stato non devono diventare dei lettori, prima di tutto devono diventare dei cittadini “autosufficienti, emancipati”, ovvero autonomi, in grado di provvedere a se stessi. Si intuisce, con grande lungimiranza, che un uomo, degno di questo nome, può nascere da un libro. Anche se il mondo anglosassone batte l’Italia sul tempo in tema di biblioteche pubbliche, a partire dagli anni Dieci del secolo scorso si incomincia a intravedere, anche nel nostro paese, un’alternativa all’idea antica di biblioteca come luogo di erudizione e per eruditi, provenienti dalle classi più agiate: spazio di confronto e dibattito letterario a pagamento, riservato a chi può permettersi la tessera.


Si tratta di un merito del fronte liberal-democratico, dei partiti radicali e del partito repubblicano, costituitisi nel 1902 in Unione democratica, con orientamento generalmente socialista seppur in opposizione sia alla convergenza clerico-moderata determinatasi in occasione delle elezioni del 1900, sia allo stesso partito socialista se, a Modena, l’idea di progresso ed emancipazione del cittadino trova la forma delle prime biblioteche popolari. Esse sono, infatti, concepite o ad opera di intellettuali appartenenti al ceto dirigente, o nascono nell’ambito delle più antiche Società Operaie di Mutuo Soccorso. L’operaio va educato alla cittadinanza ma anche alla professionalizzazione, ecco perché nel patrimonio librario di queste biblioteche troviamo un buon numero di manuali tecnici di formazione.

A Modena, chi si assume la responsabilità della formazione popolare è l’Istituto Lodovico Ferrarini “per l’istruzione e per l’educazione del popolo”, sviluppatosi a partire dalla Scuola Popolare, fondata nel 1903 dall’Unione democratica modenese. La scuola riceve finanziamenti dallo Stato, dal Comune di Modena, ma anche dalla Cassa di Risparmio, dalla Banca Popolare o dalla Camera del Commercio, ed ha successo passando, nel primo anno, da 150 a 300 alunni. La sua sede definitiva è stabilita, nel 1908, presso il fabbricato scolastico di San Bartolomeo. Nel 1908, la Scuola si trasforma in Istituto di istruzione dichiaratamente laica, intitolato al fondatore Ferrarini, deputato della Sinistra Storica e morto nel 1910. Tra gli altri fondatori dell’Istituto, come precisa la Dott.ssa Montanari, si ricordano vari membri della classe dirigente intellettuale modenese dell’epoca, tra cui molti esponenti della comunità ebraica. I corsi sono frequentati da adulti lavoratori: operai ma anche cadetti dell’Accademia militare. L’interesse per l’educazione del popolo sancisce il legame innegabile tra politica e questione sociale: un popolo istruito “sa” votare oltre che contribuire alla crescita economica del territorio.

La Biblioteca popolare è inaugurata il 2 maggio 1909 e intende offrire, all’inizio solo agli iscritti ai corsi e poi all’intera cittadinanza, come si legge in una relazione di quegli anni, un locale “ben illuminato, riscaldato nell’inverno, nel quale gli operai accorrano più volentieri che alle taverne, alla cui aria materialmente e moralmente viziata noi vorremmo cercare di sottrarli”. L’alcolismo è un fenomeno diffuso nel proletariato, si può dire che siano le taverne le prime vere sedi delle associazioni dei lavoratori. E poi il vagabondaggio, soprattutto dei ragazzi, diffuso nelle ore scolastiche o in quelle pomeridiane: ecco i nemici che ci si propone di combattere con le armi cartacee della cultura.

La storia dell’Istituto Ferrarini e della sua biblioteca attraversa tutto il Novecento e, inevitabilmente, si trova a fronteggiare le guerre mondiali e il Fascismo. Ognuno di questi eventi segna un cambiamento, uno spostamento di sede, una battuta d’arresto, una riconversione, un’epurazione del patrimonio librario. È la storia della lettura a Modena.

La troviamo in Piazza XX Settembre, in Corso Canalchiaro, mentre i numeri dei lettori crescono e cominciano a prendere in prestito i libri (biblioteca circolante), fino a che la Prima Guerra Mondiale non segna una decisa battuta d’arresto. Secondo la rievocazione della Dott.ssa Montanari, la biblioteca si ricicla fornendo assistenza ai militari, effettuando servizi di distribuzione a domicilio di libri. Esiste anche una Biblioteca del soldato, con volumi di formazione militare e, in deroga, avventure di guerra. I libri circolanti delle altre biblioteche sono perlopiù di letteratura amena o pedagogico-propagandistica.

Quest’ultima funzione si fa smaccatamente prevalente in epoca fascista, quando l’Istituto introduce l’attività del Cinematografo educativo, incentrato sui filmati dell’Istituto Luce. Nonostante, per la prima volta, ci si apra a un processo di “alfabetizzazione all’immagine”, come afferma la Montanari, l’attività dell’Istituto si rallenta fino a sperimentare una crisi delle finanze e un commissariamento che lo trasforma in un vero istituto fascista, con sede nel Palazzo del Littorio in Via Vittorio Emanuele II. È questa l’epoca della prima grande epurazione di libri: sono eliminati i verdi (repubblicani) e i rossi (socialisti), sono acquistati Verne e Salgari e la letteratura “per signorine”.

Si legge molto negli anni Trenta; leggono le donne e non più solo quelle dell’alta borghesia ma le casalinghe, le madri-mogli-patriote educate alla scuola di Mussolini, attratte dal fascino di mondi esotici abitati da esseri umani culturalmente inferiori. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, scompaiono i libri fascisti. La storia della Biblioteca si spinge fino agli anni Sessanta fermandosi dinanzi alla diffusione delle biblioteche pubbliche; l’Istituto si ricicla organizzando corsi di lingue straniere e cessa definitivamente l’attività negli anni Ottanta, donando il patrimonio librario, in parte, all’Istituto storico della Resistenza di Modena, in parte, al Laboratorio di poesia.

Rispetto alle premesse, sottolinea la Dott.ssa Montanari, si può parlare di una “occasione mancata” se si pensa alla battuta d’arresto determinata dalla Prima Guerra Mondiale e dal Fascismo. Pur nella consapevolezza che la lettura e l’istruzione possano essere un mezzo per la creazione di consenso elettorale, è innegabile la funzione che esse svolgono nella creazione di consapevolezza nel cittadino. L’argomento non smette di accendere gli animi anche nell’attualità, come dimostra il convegno tenutosi a Parma lo scorso 24 ottobre sulle Biblioteche popolari in Emilia Romagna tra Ottocento e Novecento e denominato “Per salire!”, in riferimento all’opportunità offerta ai poveracci che, oltre a bastone e salario, con un libro in mano, possono alzare la testa.

Rivolgendo lo sguardo all’attualità, nessuno può negare che Modena sia “una punta avanzata della biblioteconomia”, sostiene la Dott.ssa Montanari. Partita in anticipo rispetto ad altre città, dimostra di dedicare grande cura al settore bibliotecario, si pensi solo alle biblioteche comunali (Delfini, Crocetta, Rotonda, Villaggio Giardino), tra cui alcune specializzate (Poletti, Memo, Vecchi Tonelli) e persino due speciali: una all’interno del reparto di pediatria del Policlinico e l’altra nella Casa circondariale S. Anna. Senza contare quelle gestite da altri enti, quelle scolastiche e i numerosi punti di lettura diffusi sul territorio.

Si pensi, infine, al ruolo che internet ha giocato nel rivoluzionare l’approccio biblioteconomico. Dalla consultazione on line si è giunti ad una vera e propria biblioteca digitale che dovrebbe permettere all’utente di fruire del materiale multimediale senza nemmeno muoversi dalla scrivania. A proposito di questo, la Dott.ssa Montanari ammette che l’utilizzo di internet abbia rivoluzionato, per precisione e velocità, la ricerca bibliografica e abbia favorito un certo tipo di democratizzazione della cultura, tuttavia avanza delle remore sul problema dell’apprendimento.

Così tanti libri, così tanta disponibilità di fruizione, così tanto web favoriscono davvero l’apprendimento dei contenuti? “Il problema resta il modello di apprendimento: il web non può essere considerato un supporto alternativo al cartaceo, in esso le modalità di costruzione del contenuto sono differenti, la possibilità di interazione simultanea agisce dal punto di vista gnoseologico sull’apprendimento. C’è bisogno di una profonda riflessione in merito, è importante tener presente una gerarchia di fonti autorevoli laddove Internet può diventare un gorgo in cui perdersi”. Ci si perde o ci si ferma in superficie a una cultura “pop” che, ai tempi delle biblioteche popolari, voleva dire conoscere per emanciparsi, ora vuol dire galleggiare per evitare di scendere in profondità, rischiando di fare fatica.

L’Istituto Storico ha fatto i conti col web e ha realizzato per celebrare il 70° della Liberazione due applicazioni gratuite per smartphone e tablet: Resistenza mAPPe, un portale nato per ricordare i luoghi e gli eventi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, e Modena 900 applicazione dedicata alle strade e alle piazze della città, ai loro segni di memoria e alle vite che essi ricordano. Si può, dunque, “salire” anche con la tecnologia, se a difettare non è il rigore storico dei contenuti.