L'altro volto dell’Europa. I Balcani tra integrazione europea e diritti umani

Pristina

 

La provincia autonoma del Kosovo, con capoluogo Pristina, faceva parte della Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Nel 1974 ottenne un seggio alla presidenza federale, una propria assemblea e forze di polizia.  Dopo la morte di Tito nel 1980, proprio a Pristina si svolsero le prime manifestazioni di protesta da parte degli studenti universitari che si diffusero  poi in tutta la regione.  Iniziarono le prime rivendicazioni di stampo nazionalistico e le richieste di indipendenza e si verificarono i primi disordini tra la comunità serba e quella albanese.  Il 23 marzo del 1988 l’Assemblea del Kosovo, circondata dai carri armati mandati da Belgrado, approvò rapidamente gli emendamenti costituzionali per la  revoca dell’autonomia della provincia, voluti dal governo serbo per proteggere i serbi del kosovo dalle angherie della maggioranza albanese.  Nella primavera, si assistette  in tutto il Kosovo a un’ondata di manifestazioni di protesta e scontri che spesso finirono con gli arresti dei manifestanti e provocarono anche dei morti.

Tra il marzo e il giugno del ‘90, al fine di rafforzare la presenza serba nel Kosovo, furono emesse centinaia di decreti amministrativi fortemente discriminatori nei confronti dei kosovari albanesi, la componente maggioritaria della popolazione; fu ad esempio limitata la libertà di commercio, fu addirittura proibito l’insegnamento della lingua, della letteratura e della storia albanese a scuola e all’Università. Ispezioni domiciliari, arresti, torture di massa divennero  componenti quotidiane della vita dei kosovari albanesi che risposero a questo regime poliziesco e alla pulizia etnica pianificata dai serbi con la migrazione massiccia favorita anche dal governo. Altri provvedimenti tra il 1990 e il 1992 portarono all'allontanamento progressivo di impiegati della pubblica amministrazione, di dirigenti d’azienda, di medici e giornalisti albanesi. (In Kosovo le promesse di Tito si rivelarono un'illusione di Blerina Rogova Gaxha, 2021).

Nel luglio del 1990  i 114 rappresentanti albanesi dell’Assemblea provinciale, dichiararono il Kosovo "entità paritaria e indipendente nell’ambito della federazione jugoslava”.  Come risposta il 5 luglio 1990 il parlamento serbo sciolse l’Assemblea e  assunse «temporaneamente» le funzioni dell’assemblea e del governo del Kosovo. Vennero sospesi i poteri delle istituzioni federali, cioè del parlamento e del governo federale jugoslavo. 


La politica della non violenza di Ibrahim Rugova

Nell’estate del 1991 i politici kosovari cercarono di seguire l’esempio della Slovenia e della Croazia proclamatesi indipendenti il 26 giugno 1991, e organizzarono un referendum clandestino ( a cui partecipò l’87% dei votanti aventi diritto) per ottenere un formale distacco del Kosovo dalla Federazione jugoslava che si tradusse  nella Proclamazione dell’Indipendenza del Kosovo il 19 ottobre 1991. Seguendo la via non violenta indicata dal loro leader, Ibrahim Rugova, i kosovari scelsero la linea della resistenza passiva,  creando uno “stato ombra” dotato di tutte le strutture politiche, culturali, sociali, mediche, d’informazione "come se il Kosovo” fosse una Repubblica indipendente, nel tentativo di fare riconoscere alla comunità internazionale una realtà di fatto.  Quella che i politici kosovari furono costretti ad accettare fu  una politica di violenta discriminazione nei confronti della componente albanese della popolazione. A Pristina vigeva  un vero e proprio clima di segregazione, repressione e violenza. Venne modificata persino la toponomastica della città.


La nascita dell'UCK

Questa situazione di stallo si sbloccò solo dopo gli accordi di Dayton del 1995, con la fine della guerra in Bosnia Erzegovina e la decisione dell'Unione europea  di riconoscere la Repubblica Federale jugoslava e  di rivolgere a Milošević soltanto il monito di impegnarsi in “un atteggiamento costruttivo” nei confronti della componente albanese del paese. In seguito alla delusione politica di Dayton, iniziarono le prime azioni dell’Uck ( il Movimento di liberazione nazionale del Kosovo) che rivendicava non solo l’indipendenza del Kosovo, ma anche l’unione con la madrepatria albanese; l’UCK  crebbe  politicamente e militarmente  e conquistò il consenso presso una popolazione che non credeva più alla filosofia dell’attesa di Rugova. Nel settembre del 1997, davanti all’ennesimo atteggiamento di chiusura da parte serba , i giovani kosovari organizzarono una manifestazione di protesta a Pristina  a cui parteciparono  30.000 persone e che fu brutalmente repressa dalla polizia serba. 


La guerra (febbraio 1998- giugno1999)

Alle azioni del UCK rispondevano le rappresaglie serbe, vere e proprie spedizioni punitive come accadde Il 28 febbraio e il 3 marzo del 1998 a Likosane e a Danij Prekaz dove  furono uccisi molti civili.  Il 15 gennaio 1999 ci fu  il massacro di Račak: "45 contadini albanesi kosovari furono radunati, condotti su una collina e massacrati”. I corpi erano stati scoperti da osservatori dell'OSCE, compreso il capo della missione William Walker e corrispondenti di notiziari esteri.  Il massacro di Račak segnò il culmine del conflitto tra l'UCK e le forze serbe, continuato per tutto l'inverno 1998-1999. L'incidente fu immediatamente condannato come un massacro da parte dei paesi occidentali e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e in seguito divenne uno dei capi di accusa per crimini di guerra imputato a Milošević e ai suoi alti funzionari. 


L'intervento della NATO

Data l’escalation della violenza, la NATO decise che il conflitto poteva essere risolto solo introducendo una forza militare di mantenimento della pace. Pristina fu teatro di pesanti scontri a fuoco e di atti di segregazione secondo i rapporti dell'OSCE. Il fallimento degli accordi di Rambouillet, determinò la decisione dei Paesi della NATO a intervenire dando un ultimatum a Milošević e ancora una volta la reazione si concretizzò in una serie di bombardamenti. Il 24 marzo le prime bombe Nato colpirono gli obiettivi in tutta la Jugoslavia. Milošević rispose a quest'attacco intensificando la pulizia etnica in Kosovo, che portò a un drammatico esodo di massa dei kosovari albanesi nelle vicine Albania e Macedonia. Si trattò di una delle più gravi crisi umanitarie che coinvolse circa 400.000 persone.


Il massacro di Meje

Nell’ aprile del 1999 si verificò a Meje uno dei più gravi massacri di civili kosovari albanesi compiuto  dalla polizia serba e dalle forze dell'esercito jugoslavo come atto di rappresaglia per l'uccisione di sei poliziotti serbi da parte dell'Esercito di liberazione del Kosovo (KLA). Furono uccisi 372 kosovari albanesi, tra i 16 e i 60 anni.  La mattina del 27 aprile, le forze governative jugoslave attaccarono senza preavviso il villaggio di Meje, bombardando e bruciando case. Unità di polizia serbe penetrarono nel villaggio e condussero i residenti vicino alla scuola. Tra i 100 e i 150 uomini di età compresa tra i quindici e i cinquanta anni vennero portati via. Successivamente vennero divisi in gruppi di venti e uccisi.  Allo stesso tempo, la mattina presto del 27 aprile, la polizia speciale, insieme all'esercito jugoslavo, effettuò sistematicamente l'espulsione degli albanesi del Kosovo dalla zona tra Gjakova e Junik, vicino al confine con l'Albania. Le forze governative circondarono i villaggi, radunarono i residenti e li guidarono lungo la strada attraverso Gjakova, alcuni guidando su rimorchi di trattori, altri a piedi. Molti villaggi furono sistematicamente bruciati. La gente del posto venne costretta a dirigersi  verso Meje dove i poliziotti serbi allestirono un posto di blocco.   Al posto di blocco, poliziotti e soldati saccheggiarono sistematicamente i profughi che arrivavano dai villaggi vicini. Molti vennero picchiati dalla polizia e minacciati di morte se si fossero rifiutati di consegnare denaro e oggetti di valore. I rifugiati che viaggiarono attraverso Meja quel giorno hanno confermato che gli agenti di polizia sequestrarono uomini di età compresa tra i quattordici e i sessant'anni dai loro convogli e li giustiziarono lungo la strada. (Ammazzateli tutti. Il massacro di Meje, Tv2000).


Verso la fine del conflitto

Il 27 maggio Milosevic fu incriminato dal Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. Il 2 giugno il governo jugoslavo dichiarò di accettare il piano dei G-8 per il cessate il fuoco. Il 6 giugno iniziarono a Kumanovo, in Macedonia, i colloqui tra i rappresentanti della NATO e quelli dell’esercito federale per il ritiro delle forze jugoslave dal Kosovo. Il 10 giugno furono sospesi i bombardamenti e due giorni dopo i primi contingenti Nato entrarono nella regione.


Ritorsioni contro i serbi

L'ingresso delle truppe Nato portò alla fine delle ostilità aperte, ma non delle violenze tra civili, di cui furono vittima a questo punto in particolare i serbi che, di conseguenza, lasciarono in massa la città. Dopo la fine del conflitto, secondo un rapporto dell’OSCE,  tra giugno e ottobre, furono  date alle fiamme 280 abitazioni di serbi e di rom; seguirono  vendette, uccisioni, rapimenti, sparizioni. La maggior parte dei serbi emigrò verso Belgrado; oltre 250.000 fuggirono, 100.000 circa rimasero costretti a vivere in aree protette dai soldati occidentali.

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Un bilancio drammatico 

Nel decennio 1989-1999 ci furono  migliaia di casi di violazione dei diritti umani e la situazione venne denunciata dal Comitato Helsinki del Kosovo e dal Consiglio per la difesa dei diritti umani e delle libertà che operavano a Pristina  in semiclandestinità. Un rapporto OSCE del gennaio del 2000 afferma che “tra marzo e giugno del 1999 vennero sistematicamente espulsi con la forza 863 mila kosovari albanesi, 783 mila dei quali sono rimasti durante il conflitto in Albania, in Macedonia e Montenegro.

Nel mese di giugno del 2000 a Pristina il Comitato internazionale della Croce rossa  presentò  un libro bianco che parlava di 3368 persone scomparse in Kosovo, la lista comprendeva  anche il nome di 400 serbi e 100 rom dispersi dopo la fine del conflitto per vendette albanesi.

Nel Kosovo i civili uccisi furono più 13.000, di cui circa 10.000 albanesi, 2.000 serbi e 500 tra rom, bosgnacchi e altre etnie; i dispersi furono migliaia; i profughi, secondo l'Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, tra il 1998 e il 1999 furono circa 630.000, di cui 310.000 sono stati accolti in Albania, 119.400 in Macedonia, 61000 in  Montenegro.


APPROFONDIMENTI

Kosovo: donne stuprate e dimenticate nel conflitto con la Serbia, 2008, Tv2000 

Bosnia e Kosovo. Il nuovo domino dell'ex Jugoslavia. Vogliono ridisegnare i confini?, Mappa Mundi -Limes, 2021

Kosovo e questione albanese, Mappa Mundi-Limes,2021