L'altro volto dell’Europa. I Balcani tra integrazione europea e i diritti umani

Vukovar

Quella a Vukovar è stata la più grande battaglia combattuta sul suolo europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di uomini in armi, intere brigate meccanizzate, centinaia di carri armati, tutto l’arsenale jugoslavo pronto per combattere contro eserciti poderosi negli scenari della Guerra fredda, fu rovesciato addosso a una città che allora contava 47.500 mila abitanti, oggi meno di 30 mila. Bombardamenti a tappeto su case, scuole, ospedali. La chiamarono «la Stalingrado del Danubio».

Vukovar fu contesa tra la Croazia, uno Stato appena proclamatosi indipendente nel giugno del 1991, e la Repubblica socialista federale di Jugoslavia, guidata dai nazionalisti serbi. Tre mesi di furia cieca dal 25 agosto al 18 novembre 1991, quando Vukovar, dopo essere stata assediata e devastata dall’esercito federale jugoslavo e dalle truppe paramilitari serbe, infine si arrese. A entrare per primi tra le macerie, in una città completamente distrutta,  non furono i soldati dell’esercito jugoslavo, ma i paramilitari serbi, bande di assassini che nei giorni immediatamente successivi alla resa della città commisero crimini indicibili contro i superstiti. Nessuno sa dire con precisione il numero dei morti, certo furono più di tremila.

E’ dopo Vukovar che si rivela la dimensione etnica, del conflitto jugoslavo. L’esercito federale avrebbe potuto marciare su Zagabria per preservare l’integrità dello stato jugoslavo, ma Slobodan Milosevic, l’allora Presidente della Serbia, lo impedì sostenendo che l’obiettivo da perseguire era stato raggiunto: la difesa delle aree serbe della Slavonia.L’importanza strategica di Vukovar risiedeva proprio  nel fatto che la città è collocata alle porte della Slavonia, regione abitata pressoché da serbi. 

“Con l’orrore dei giorni di Vukovar si segna una strada senza ritorno per la stessa armata federale (l’esercito jugoslavo, ndr) che perde anche la residua apparenza di neutralità ed è forzata a schierarsi apertamente coi serbi” (Rastello, La guerra in casa). 

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